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Edizione 2005

 
 
 
LEONE & DE LAURENTIS,
UN CINEMA D'AUTORE CHE HA GENI A TORELLA

Sarà "C’era una volta in America", il film che ha definitivamente consacrato Sergio Leone come maestro del cinema mondiale, a scandire la XII edizione del premio a lui dedicato a Torella dei Lombardi (provincia di Avellino), dove la sua famiglia ha le radici.
Vent’anni dopo l’uscita di quella storia di amicizia tradita nell’America degli anni ’20-’30, ho pensato infatti di riunire un gruppo dei mitici collaboratori di Sergio, un regista che veniva dal magistero di un mestier imparato sul campo, ma che aveva saputo sublimare questa capacità artigianale con le intuizioni e le trovate visionarie di un vero, grande autore cinematografico.
Sergio Leone, ancora giovane, era stato il miglior “aiuto" dei grandi registi nordamericani, che a Cinecittà giravano i kolossal ambientati nell’impero romano come Ben hur. Sapeva organizzare e dirigere le masse e per questo si occupava sempre delle riprese di quella che veniva chiamata la “seconda unità”, quella che non si concentra sui primi piani degli attori protagonisti, ma sui movimenti delle masse.
Tutto questo però era riduttivo, perché all’inizio in Sergio credeva solo Sergio. C’era una volta in america è il capolavoro di chi sa trovare una sintesi fra l’ispirazione d’autore, il clima che vuole dare alla storia, i sentimenti e le emozioni degli attori, conciliandoli però con la capacità tecnica di muovere attorno a loro, se serve, centinaia di comparse e di figuranti, raccontando magari anche lo scorcio di una città, o non trascurando un contesto inedito. Questa sintesi si può ottenere solo se hai con te professionisti di valore assoluto, capaci di aiutarti nel modo di leggere una storia, e, nel caso di film come C’era una volta il west, giù la testa e C’era una volta in America, di raccontare una vera e propria epopea.
La sera di venerdì 5 agosto, nella Piazza Sergio Leone, ci saranno quindi molti dei compagni d’avventura dell’inventore del western all’italiana. Da Tonino Delli Colli, direttore di fotografia oltre che dei film di Leone anche di quelli di Pasolini, Fellini, Benigni, a Claudio Mancini, che di C’era una volta in America, le cui riprese negli stati Uniti e a Cinecittà durarono mesi e mesi, è stato il produttore esecutivo. E ci saranno anche De Bernardi, Ferrini e Medioli, sceneggiatori che solo il montatore Baragli, in quei giorni impegnato e i cosceneggiatori Leo Benvenuti e Franco Arcalli, che purtroppo se ne sono andati da questo mondo anzitempo. Sarà una serata di aneddoti, di nostalgia, ma anche di enorme carica emotiva, perché ci farà capire che i sogni si possono realizzare se c’è una volontà ostinata, come quella di Sergio Leone (al quale solo poche settimane fa è stato dedicato un omaggio a Los Angeles) e una grande solidarietà, come quella degli amici che lavorano con lui.
Il XIII Premio Sergio Leone, fedele alla vocazione di talent scout che fu cara al regista innovatore di Per un pugno di dollari, dal 29 luglio al 2 agosto ospiterà come sempre, dopo l’attenta e brillante selezione effettuata da Giovanni Robbiano, la rassegna “Cinema a Mezzogiorno”, dedicata agli autori italiani in cerca di una distribuzione e di un pubblico, che saranno premiati mercoledì 3 agosto in una serata, in cui sarà ricordato anche Ivo Perilli, storico compagno di set di leone negli anni giovanili in cui faceva l’”aiuto” di Bonnard, Soldati o Comencini.
Il Premio, invece, si chiuderà, nel rispetto delle sue prerogative rigorose, con il racconto di come è stato inventato e si è affermato, nella saga degli spaghetti western, il personaggio di Sartana. Un tipo dai modi spicci che, al contrario di Ringo ( Giuliano Gemma), Django (Franco Nero) o Bambino ( Bud Spencer) e Trinità ( Terence Hill), ha avuto molte facce, note e meno note, ma ugualmente di successo.
Una popolarità iniziata con Mille dollari sul nero, di Albert Cardiff (alias Alberto Cardone) del 1966, opera nota anche col titolo Sartana: il sangue e la penna. L’interprete era già Gianni Garko, un istriano di Zara, colto e talentuoso, il cui cognome all’anagrafe era Garkovic e che da subito cominciò ad influenzare i registi che volevano portare avanti l’invenzione di questo personaggio dark, che giustamente Antonio Bruschi, storico del western all’italiana, ha affermato essere qualcosa di più di un bounty killer o di un pistolero, ma più precisamente “L’ombra stessa della Morte”. Un personaggio che Gianni Garko volle figlio di fumetti, più vicino a Mandrake, col suo mantello nero, che a un James Bond del West, come voleva il regista Parolini. Così Garko, prima che Sartana continuasse a vivere con le facce più disparate di colleghi come William Berger o George Hilton (che ne dette una lettura meno spietata), lo portò al successo internazionale in ben sei film, diretti dai più diversi registi italiani col nome inglesizzato per esigenze di moda e di mercato. Avremmo voluto averli tutti insieme i Sartana, per una sera, a Torella dei Lombardi, ma non è stato possibile.
William Berger purtroppo non è più in questo mondo. Gli altri sono sparsi e impegnati su altri set, ma sul palco di fronte al Castello Candriano, sabato 6 agosto, risponderanno alle mie domande il mitico Gianni Garko e George Hilton. Il primo, praticamente inventore di questo eroe crudele ma affascinante, negli ultimi tempi ha di nuovo suscitato l’ammirazione femminile nella soap opera di Canale 5 “Vivere”. Il secondo, un elegante attore uruguayano trapiantato in Italia, interpretò fra gli altri un classico del genere: C’è Sartana…vendi la pistola e comprati la bara.
Insomma proporremo un vero cult del western reinventato, che ha avuto registi artigiani come Carnimeo o Parolini, m anche veri e propri camaleonti della loro professione come Lucio Fulci, Sergio Corbucci e perfino, all’esordio, Pasquale Squitieri, che diresse Django sfida Sartana. Un vero e proprio viaggio nella creatività del nostro cinema, spesso un po’ arrendevole di fronte alle esigenze del mercato, ma quasi mai banale.
Di questa verità si farà paladino sicuramente Aurelio De Laurentiis, attualmente il più poderoso produttore italiano, erede di una famiglia che ha permesso alle più diverse anime del cinema nazionale di affermarsi.
Aurelio, che porta il nome del nonno guardi di finanza e poi proprietario del Pastificio Moderno di Torre Annunziata, nato a Torella nel 1881, ricorderà una famiglia di avvocati, monsignori, impresari, che, nel primo dopoguerra, rivelò la vocazione per la produzione cinematografica. Da suo padre Luigi, a suo zio Alfredo a suo zio Dino, che con Carlo Ponti, Angelo Rizzoli, Peppino Amato, Franco Cristaldi e Alfredo Bini, ha praticamente scandito la nascita del cinema italiano negli anni della ricostruzione, il cinema che è diventato una delle immagini più prestigiose della cultura italiana nel mondo.
Molta della filmografia più nota nel nostro paese viene dal lavoro di questa famiglia che, nel primo dopoguerra, aveva per esempio come amministratore dei vari set, Mario Cecchi Gori, poi a sua volta divenuto produttore della stagione dei grandi mattatori come Sordi, Gassman, Manfredi o Tognazzi. La produzione dei De Laurentiis invece ha spaziato in tutti i generi: da Napoli Milionaria di Eduardo, al capolavoro del neorealismo Riso amaro di DE Santis ( dove zio Dino incontrò l'amore di Silvia Mangano), da Rossellini di Europa ’51, a L’oro di Napoli di De Sica, da Guardie e ladri con Totò e Fabrizi, a La strada e Le notti di Cabiria, primi film Oscar di Federico Fellini, a La grande guerra di Monicelli, film cult di quella che fu l’agrodolce commedia all’italiana. Zio Dino sfidò anche l’America e in molti casi vinse, con Serpico, con I tre giorni del Condor, e anche con i kolossal come King Kong, Flash Gordon, e Dune, l’opera che lanciò il nuovo cinema d’oltre oceano di cui David Lynch era l’avanguardia. Il nipote Aurelio non ha voluto che tutto questo si disperdesse in tante direzioni. Tutto il lavoro messo in campo dai tanti De Laurentiis della produzione è stato da lui riunito quasi per tutelare un patrimonio di una stagione irripetibile per la famiglia e il cinema nazionale. A questo patrimonio ha aggiunto qualcosa di suo. Non solo le commedie miliardarie dei Vanzina e di Neri Parenti per il pubblico di Natale, ma anche opere come Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, Io ho paura di Damiano Damiani con Gian Maria Volontè o Amici miei atto II.
E’ abbastanza singolare che le strade cinematografiche dei De Laurentiis e di Sergio Leone, discendenti dalla terra torellese, non si siano mai incontrate. Questione di carattere e di scelte. E’ comunque motivo di orgoglio per l’Associazione Sergio Leone e per me riuscire a riunirli quest’anno, la sera del 4 agosto, sul piccolo palco montato di fronte al Castello Candriano, dove Aurelio De Laurentiis, ora anche presidente del Napoli Calcio, ha accettato di sottoporsi a un’intervista pubblica. E’ anche la sfida che il Premio, da qualche anno capace di conciliare le esigenze di un festival “alto” con la curiosità e le aspettative del pubblico, lancia alle istituzioni e alla politica che non si accorge di questo rigore e del prestigio che, pur con mezzi esigui, il Premio Sergio Leone si è guadagnato nei media nazionali e in quella parte dell’universo del cinema italiano che non si arrende alla mediocre televisione attuale.

 
Gianni Minà
Direttore Artistico
 
 
Programma XIII Edizione - file PDF (Kb 22)